La Scrittura visuale / La parola totale
Venerdì 5 dicembre, alle ore 17, presso il Museo Nitsch (Vico Lungo Pontecorvo, 29/d), Nanni Balestrini, Matteo D’Ambrosio e Stefania Zuliani partecipano al dibattito su Poesia visuale a Genova e Milano.
 
Segue l'articolo di Matteo D'ambrosio sulla manifestazione
 
Precedute da una plurisecolare, manieristica tradizione marginale di bizarreries e trouvailles, non priva di dispositivi testuali di sorprendente valore creativo, le ricerche poetico-visuali del secondo Novecento hanno riaperto questioni di poetica già diffusamente esperite dalle avanguardie storiche (Futurismo russo e italiano, Dada, Surrealismo, fino alle estreme propaggini del Lettrismo).
In Italia, insieme con quelle intrattenute con le forme della comunicazione sociale e con alcuni orientamenti delle arti visive, tali relazioni sono state spesso ignorate o ridimensionate, sia dagli autori appartenenti alle diverse tendenze che dalla critica fiancheggiatrice. Ne conseguono, tra l’altro, il mancato rilevamento delle altrimenti riconoscibili affinità 1- tra la Poesia visuale e concreta e il paroliberismo futurista (sia sul versante “espressionista” delle tavole parolibere che su quello “costruttivista” dei pochi ma significativi “poemi precisi” di Marinetti); 2- tra il ricorso alla gestualità nel deposito della traccia manuale su supporti di varia natura, appannaggio della Scrittura visuale, e soluzioni esperite dall’informale, dalla narrative e dal concettuale. A sua volta, la Poesia visiva utilizza il collage di parola e immagine per istituire, nelle prove migliori, una critica pratica delle forme discorsive della comunicazione sociale.
Tali principali declinazioni intrecciarono le proprie sperimentazioni sia con gli sviluppi della Poesia fonetica e sonora, favorite dalla disponibilità di nuova tecnologia d‘uso privato, sia con le arti dell’evento performativo e ambientale. Conseguenti appaiono inoltre le estensioni nell’ambito del libro d’artista e le conversioni oggettuali delle opere.
Bisognerà attendere l’affermazione delle modalità elaborative consentite dalle rivoluzioni informatiche, rapidamente succedutesi, per assistere al progressivo spegnimento del settore, che pure aveva consegnato i modelli della Poesia concreta agli sviluppi della Computer Poetry e della Letteratura informatica.
La diffusione a livello internazionale, registratasi soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, è avvenuta, nei centri di più avanzata elaborazione, in collegamento con le interrogazioni delle nuove scienze del linguaggio sulle valenze plurime del segno, nonché con le molteplici teorie della scrittura. In Italia le forme di socializzazione del corpus sedimentato, malgrado i contributi di Eco, Aldo Rossi, Barilli, Ballerini, Bonito Oliva e altri, è stato gestito soprattutto dagli autori stessi, che con iniziative “esoeditoriali” hanno provveduto autonomamente alla gestione di cataloghi di esposizioni, regesti antologici e pubbliche manifestazioni.
I limiti riscontrabili nelle proposte interpretative sono inoltre istituiti dalla mancata individuazione dell’appartenenza di queste tendenze ad un distintivo campo espressivo, esterno ed estraneo (ma collegato) ai perimetri rispettivamente attribuiti alla letteratura e alle arti visive dal sistema delle arti tradizionalmente definito. Al di là delle variazioni riscontrabili nelle diverse pratiche testuali, una riconoscibile centralità viene sempre attribuita alla componente iconica della verbalità.
Si rimane dunque in attesa di una radicale revisione dei paradigmi interpretativi, inattuata da alcune recenti esposizioni di considerevole ampiezza ma prive di adeguate progettualità e di necessaria consapevolezza storiografica.
Resta auspicabile il recupero della tradizione critica internazionale (Arnheim, Dubois, S. J. Schmidt, Zurbrugg …) e della sensibilità teoretica di artisti come i Noigandres brasiliani, i concretisti tedeschi e, in Italia, di Belloli, Spatola, Balestrini, Pignotti, Lora Totino, Carrega e altri, a conoscenza delle proposte della linguistica saussuriana, dell’estetica semiotica e tecnologica di Bense, del pragmatismo di Peirce e delle teorie della scrittura, da Barthes in poi.
Meritevoli di un imprescindibile ma selezionato inserimento nel contesto internazionale di appartenenza, le ricerche in oggetto sono state gestite in Italia da compagini faticosamente organizzate, ai margini dell’industria culturale. I centri maggiormente attivi, in una cartografia di questa neoavanguardia, sono stati notoriamente Firenze, Milano, Roma, Genova e Napoli.
Una sintetica ricostruzione documentaria viene ora proposta da un ciclo di manifestazioni ospitate, da ottobre a gennaio, dalla Fondazione Morra e dal Museo Nitsch di Napoli. Il primo segmento della rassegna, che si è voluto intitolare La scrittura visuale / La parola totale, è però opportunamente dedicato ad una selezionata ricognizione dell’attività di autori come Henri Chopin, Arrigo Lora Totino (cui è stato recentemente dedicato un volume monografico a cura di R. Barilli e P. Fameli) e John Cage; da segnalare, di quest’ultimo, l’installazione degli otto pannelli in plexiglas di un’opera del 1969, Not Wanting to Say Anything About Marcel, risultato delle “chance operations” da Cage adottate come metodo compositivo.